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mercoledì 7 febbraio 2018

CONSOLAZIONI. Quattro consolazioni della comunione con Dio, Romani 8:26-30

Sommario: La comunione personale con Dio ottenuta e vissuta in Cristo Gesù, non è qualcosa di illusorio o, peggio, formale. Essa determina tutto il nostro modo di pensare e di vivere e, in ogni circostanza, è fonte di autentica consolazione e forza. Sconosciuta ai più, essa rimane l’appello permanente dell’Evangelo. È quanto vedremo oggi dal testo biblico di Romani 8:26-30. Introduzione
Il testo biblico proposto alla nostra attenzione quest’oggi, ci parla dei privilegi e delle benedizioni della preghiera,
ovverosia dei privilegi e delle benedizioni della comunione personale con Dio. Esso parla a coloro che, come discepoli del Signore Gesù, hanno di fatto ricevuto da Dio la grazia dell’intima comunione con Dio e che questa praticano con riconoscenza e fervore.
Ciò che Dio rivela attraverso le parole che leggeremo dell’Apostolo, sono preziosissime e consolanti istruzioni che forse - ahimé - suoneranno astratte e poco comprensibili a chi è estraneo alla comunione con Dio, e forse persino inaccettabili… Vedo questi preziosi testi come il dialogo che intercorre nel "luogo santissimo" fra Dio e colui che ha avuto il privilegio di accedervi, dialogo in cui Dio gli rivela "parole ineffabili che non è lecito all’uomo di pronunziare" (2 Corinzi 12:4), parole purissime che l’uomo di questo mondo non può né intendere né apprezzare. Di queste parole il cristiano di sicuro ne farà gelosamente tesoro, mentre dovranno diventare, per chi non ha ancora mai fatto esperienza autentica della comunione con Dio nella preghiera un invito pressante ad avvicinarsi maggiormente al Salvatore Gesù e mettersi così in condizione di apprezzare e di fare esperienza di quanto l’Apostolo dice in questo testo.

Il testo

Continuando l’apostolo Paolo, al capitolo 8 della lettera ai Romani, a parlare della liberazione che Dio opera nel credente ed un giorno nell’intero creato ad opera del Suo Spirito Santo, Egli scrive:
"...Allo stesso modo ancora, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede per noi con sospiri ineffabili; e colui che esamina i cuori sa quale sia il desiderio dello Spirito, perché egli intercede per i santi secondo il volere di Dio. Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno. Perché quelli che ha preconosciuti, li ha pure predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli; e quelli che ha predestinati li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati li ha pure glorificati" (Romani 8:26-30).

I. Un aiuto disponibile

"Allo stesso modo ancora, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede per noi con sospiri ineffabili" (26).
Un aspetto del Suo ministero. Fra i meravigliosi doni della grazia che Dio accorda ai credenti vi è l’opera personalizzata ed efficace dello Spirito Santo in loro. Lo stesso Spirito di Dio che li ha chiamati al ravvedimento ed alla fede, che efficacemente ha applicato alla loro persona l’opera salvifica di Cristo, che dimora in loro, e che impartisce loro i Suoi doni, è pure di preziosissimo aiuto nelle loro preghiere.
Quale debolezza? Perché il credente ha bisogno di essere "aiutato" nelle sue preghiere? Il testo dice: a causa della sua "debolezza", o, come dice l’originale testo greco, della sua "astenia". Nel linguaggio medico astenia significa "debolezza dell’organismo o di una sua parte, mancanza di vigore". Perché si dice qui del credente che è "astenico"? Non perché l’opera di Dio in lui sia difettosa, ma perché - fintanto che rimane su questa terra - la nuova natura che ha ricevuto convive con quella vecchia. Per questo il credente - anche il migliore - fa esperienza di molte contraddizioni in sé stesso, continua a portare con sé molte "infermità" e debolezze. Alcuni credenti sono più deboli nella fede, altri sono dotati di meno conoscenza ed esperienza. Alcuni credenti sono meno scrupolosi, altri possono essere più facilmente tentati o sono meno dotati di altri. Più spesso il credente è "debole" per quanto riguarda la preghiera ed è il caso menzionato dal nostro testo.
Non sei abbandonato a te stesso! Cosciente delle proprie contraddizioni e debolezze, il credente però ha la consolazione di sapere di non essere abbandonato a sé stesso, ma di poter godere dell’assistenza dello Spirito Santo. Si tratta di qualcosa di molto maggiore dell’assistenza dell’"angelo custode", di cui tanto si parla oggi, o di qualche altro personale "nume tutelare", ma dello Spirito di Dio stesso che "gli viene in aiuto".
L’inesprimibile grido del credente. La carenza che il credente avverte nelle sue preghiere non ha nulla a che fare con la paralisi spirituale degli increduli. Essi non hanno forza spirituale, ne sono ignoranti e non si rivolgono a Cristo per ottenerla. Al v. 23 dello stesso capitolo l’Apostolo dice che noi come credenti, "noi, che abbiamo le primizie dello Spirito", insieme all’intero creato, "gemiamo dentro di noi, aspettando ... la redenzione del nostro corpo". Per il credente è diventato pesante vivere in questo mondo fatto di peccato, di ingiustizie, di ostilità verso quanto ha di più caro. Dio gli ha dato un nuovo modo di vedere le cose, una nuova prospettiva, una nuova sensibilità, un nuovo modo di essere che si scontrerà inevitabilmente con lo status quo di un mondo a Dio estraneo. Quanta incomprensione incontra, quante sofferenze deve affrontare! Anche in sé stesso: quanto vorrebbe essere liberato da tutte le sue contraddizioni, tentazioni e prove, soprattutto se vive in condizioni particolarmente difficili. Spesso, come disse anche l’apostolo, avrei "il desiderio di partire e d'esser con Cristo, perché è molto meglio" (Filippesi 1:23). Il cristiano si chiede perciò: "Che cos’è veramente meglio per me, per il bene degli altri e per la gloria di Dio? Qual è la volontà di Dio per la mia vita? Dove mi devo recare? Come dovrei reagire? Sono angustiato per quello che mi succede. Sento tutto il peso di quello che dovrei essere e che non riesco ad essere. Sono perplesso: non so più neanche che cosa dovrei chiederti, Signore!". Sono i gemiti, i lamenti e costanti sospiri del credente, indubbiamente sospiri molto diversi da quelli che si innalzano da questo mondo!
La partecipazione dello Spirito. Abbiamo però una consolazione, dice il testo: "lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo pregare come si conviene ... lo Spirito intercede per noi con sospiri ineffabili". Si, abbiamo la consolazione di sentirci dire dalla Parola del Signore che lo Spirito di Dio si associa ai nostri gemiti e si identifica con noi, che Lui partecipa alla nostra sofferenza venendoci incontro, nelle nostre balbettanti preghiere, con l’amore di cui solo Dio è capace.
Lo Spirito come "interprete". Si, talora ci ‘mancano le parole’, ci manca la ‘sapienza’ necessaria per "vedere oltre" alla nostra situazione, la necessaria ‘visione’, non sappiamo ciò che è meglio per noi. Non conosciamo il rimedio necessario per sovvenire alla miseria che ci circonda e pervade e talora non sappiamo nemmeno ciò per cui dobbiamo pregare. Per questo lo Spirito di Dio si fa carico - con amore - di questa nostra ‘debolezza’ e ‘porta’ al trono di Dio la nostra preghiera, ‘interpretandola’, ‘traducendola’ per noi. Lo Spirito Santo diventa il nostro ‘portavoce’. Egli porta con noi il fardello della difficile situazione affinché non ci schiacci e ci incoraggia a esprimere il nostro anelito per quanto confuso, sovvenendo Egli stesso alle nostre carenze comunicative...
Lo Spirito come promotore. Non solo questo, ma lo Spirito come Colui che illumina, ci insegna per che cosa pregare; come Colui che santifica promuove la grazia della preghiera; come Colui che conforta, fa tacere le nostre paure e ci aiuta nello scoraggiamento. Lo Spirito Santo è la sorgente di ogni nostro desiderio verso Dio. Come Colui che investiga lo spirito umano ne può percepire la mente e la volontà, la mente rinnovata, e ne evoca la causa. "Si, vieni Spirito Santo", dice il cristiano, "porta i miei inesprimibili aneliti al trono della grazia, rivestili delle Tue parole".
Se l’opera mediatrice di Cristo è quella di garantire il nostro accesso in preghiera a Dio Padre, l’opera dello Spirito Santo è proprio quella di promuovere nel nostro cuore l’espressione della nostra preghiera, mostrarci quale sia il nostro bisogno più autentico, fornirci di argomenti validi, mettere parole appropriate nella nostra mente e nella nostra bocca, darci la forza della fede e il fervore necessario, metterci in grado di venire a Dio come nostro padre, darci libertà ed ardimento in Sua presenza. Ed è ovvio che questo richieda preliminarmente un cuore purificato da ogni cattiva coscienza, fede nel sangue e nella giustizia di Dio, una concezione di Dio come Dio di pace, grazia e misericordia.
Egli "intercede per noi con sospiri ineffabili", non che lo Spirito Santo gema e si lamenti per noi, ma Egli promuove l’anelito del credente; il che suppone la sua consapevolezza di questo fardello, che spesso è un "indicibile" fardello. Sotto la Sua influenza il credente prega con fervore, anche senza parole, come Anna in 1 Samuele 1:13 che esprime verso il Signore tutto il suo fardello e senso del bisogno pur senza parole.
Questa preghiera promossa dalla nuova natura impiantata da Dio nel credente ed "interpretata" dalla mediazione dello Spirito di Dio, trova certo esaudimento. Dice infatti il verso 27:

II. Una voce concordante

"...e colui che esamina i cuori sa quale sia il desiderio dello Spirito, perché egli intercede per i santi secondo il volere di Dio" (27). Questa frase potrebbe rispondere alla domanda: "Alla preghiera di chi Dio si compiace di rispondere?". Alla preghiera di chiunque?
Una voce di estranei. A molti in questo mondo neppure passa per la testa di pregare il Signore Iddio. Lo ritengono umiliante parola al vento. Il discorso non vale per loro. Alla porta di Dio, però, molti, in preghiera, bussano e sperano che il Signore "apra" loro e li esaudisca, ma potrebbe ben accadere, come nella parabola di Gesù, che si sentano rispondere: "Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori" (Matteo 7:23), oppure: "Io vi dico in verità: Non vi conosco" (Matteo 25:12). Com’è possibile? E’ possibile perché, secondo l’insegnamento della Scrittura, essi non sono nella condizione di coloro a cui Dio ha scelto di far grazia e di suscitare in loro una preghiera a Lui gradita. E’ la voce di gente a Dio estranea, il cui cuore è a Lui avverso ed i cui desideri non sono puri e secondo la Sua volontà.
Una voce riconosciuta. Dio ha la capacità di scrutare nell’intimo dell’uomo e di operare una verifica. Quando lo fa e scopre quel desiderio spirituale e profondo che il Suo Spirito vi ha suscitato e che Egli stesso sospinge, Egli lo esaudisce perché non è "una lingua a Lui straniera" quella che Dio ode, ma quella di una persona santificata e sospinta dal Suo Spirito che esprime desideri concordanti con la Sua volontà. Non è un desiderio impuro e malvagio quello che Egli ode, ma qualcosa in armonia con Sé stesso. Nel "Padre nostro" il Signore Gesù esorta a pregare: "Sia fatta la Tua volontà": è la preghiera che eleva a Dio colui o colei che anela a che non la sua propria volontà sia compiuta, ma quella di Dio.
La voce del santificato. La persona a cui Dio risponde è quella nel cui cuore Dio ode desideri in armonia con Sé stesso. In quel caso, quello che ode non è la voce l’uomo naturale ribelle ed avverso a Lui che Lo invoca, ma quella di una creatura che è stata rigenerata dallo Spirito Santo, o, come si esprime il nostro testo, quella di un "santo", cioè di una persona "messa a parte" dalla massa incredula ed a Lui avversa. Egli lo esaudisce, perché vi scopre l’anelito puro e benedetto che solo lo Spirito Santo, come intercessore, vi ha impiantato.
Una scoperta consolante. Ecco così che quando il credente lotta per esprimere con un linguaggio articolato i desideri del suo cuore e trova che le sue più profonde emozioni sono forse le più inesprimibili, egli "geme" per questa sentita incapacità. Questo gemito però non è vano, perché in esso lo Spirito di Dio opera, dando a queste emozioni che Lui stesso ha suscitato, il solo linguaggio di cui sono capaci. Così, se da parte del credente questo gemito è il frutto della sua incapacità di esprimere ciò che sente, esso è al tempo stesso l’intercessione dello Spirito stesso in suo favore. Questo brano offre un forte incoraggiamento per i credenti, perché quando Dio investiga i loro cuori egli vi trova in quei gemiti suscitati dallo Spirito un riflesso perfetto del Suo amorevole proposito per loro.

III. Ogni cosa sotto il saldo controllo di Dio

Al credente che "geme" interiormente, Iddio, tramite le parole dell’Apostolo, risponde dunque con la consolazione di vedere in questo l’efficace intercessione in Suo favore dello Spirito Santo che ad essi partecipa pienamente - Lui stesso li ha suscitati.
Quand’anche però il credente "gemesse" per le difficoltà che la sua particolare situazione comporta, anche in questo caso egli si vede rivolte le parole del versetto seguente che lo rassicurano che - in ogni caso - tutto rimane saldamente sotto il controllo di Dio e che anzi, ogni situazione in cui si trova coopera al suo bene ultimo. E’ quello che afferma il versetto 28: "Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno".
Si tratta del punto focale di tutto il capitolo. "Or sappiamo" non è il linguaggio delle congetture di chi va per tentativima di certezza frutto di esperienza. Paolo qui non dice che ogni cosa alla fin fine per tutti andrà per il meglio perché vivremmo nel migliore dei mondi possibili. Questa sublime certezza è limitata da una doppia qualificazione. Sono solo i figli di Dio, "quelli che amano Dio", che possono far propria questa promessa. Nulla verrà trovato cooperare per il bene per coloro il cui cuore a Dio è lontano ed avverso, ma ogni cosa certamente coopererà per il bene ultimo di coloro che amano Dio e che sono stati chiamati a Lui secondo il Suo eterno proposito. "Se ami Dio di tutto cuore, ebbene, sii certo che Dio farà cooperare ogni cosa al tuo bene ultimo. Non ti preoccupare. Abbine la certezza.
Disse un teologo riformato: "Se tutto coopera per il bene, non c’è nulla che, in un modo o in un altro, non possa tornare a vantaggio dei figlioli di Dio. Tutto ciò che la Provvidenza dispensa, sia in bene che in male, sia favorevole che avversa, ogni occorrenza ed evento - ogni cosa, qualunque essa sia - coopera al loro bene. Non succede per caso: è Dio a fare in modo che ogni cosa si riveli per il bene dei suoi figlioli. In modo particolare, l’afflizione dei credenti coopera a questo fine" (Haldane). Quelli così che amano Dio sono "i chiamati" ed essi sono stati chiamati perché erano stati per questo prescelti "secondo il Suo disegno".
Non si tratta qui di una "chiamata generale" come se fosse un appello rivolto indistintamente a tutti, indipendentemente dalla loro risposta, ma di una "chiamata efficace" particolare che ha prodotto la risposta affermativa di coloro a cui era stata rivolta. "In te che leggi queste parole", pare dire l’Apostolo, "Dio ha senza dubbio cominciato a produrre grandi cose. Esse certamente le porterà a termine: è il Suo impegno. Non ti lasciare intimidire dalle circostanze che ti impensieriscono, ti fanno soffrire, circostanze che ti lasciano perplesso e pieno di punti interrogativi. Continua a riporre la tua fiducia in Colui che efficacemente ti ha chiamato".

IV. Il tuo destino ultimo

La quarta parola di consolazione che il nostro testo desidera rivolgere a "coloro che amano Dio" ha a che fare con il destino ultimo della loro persona. Sembra dire: sii consolato dal fatto che Iddio ti vuole assistere, che la Sua voce concorda con la tua, che ogni cosa è sotto il Suo controllo e coopera al tuo bene, ma anche qui: che io ti ho prescelto dall’eternità e che - come Dio fedele - ti accompagnerò per ogni passo del processo della tua redenzione.
"Perché quelli che ha preconosciuti, li ha pure predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli; e quelli che ha predestinati li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati li ha pure glorificati" (29-30). Sembra di udire la voce del Signore Gesù quando disse ai Suoi discepoli: "Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga, affinché tutto quel che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia" (Giovanni 15:16).
Si, "Non è per caso che tu ti trovi qui, che tu oda con interesse la mia voce, che tu elevi la tua preghiera a me e che desideri servirmi. Io ti ho prescelto dall’eternità. Prima ancora che tu nascessi, io ti conoscevo personalmente. Ho fatto nei tuoi riguardi un progetto: renderti conforme all’immagine del mio Figliolo Gesù Cristo, alla Sua immagine di santità e di giustizia, di perfetta comunione con me e di gloria. Io ho cominciato in te un’opera ed io la condurrò a termine. Non c’è nulla che in questo mi potrà ostacolare, né le condizioni ambientali in cui ti trovi, né il tuo peccato, limiti ed imperfezioni. Tu mi appartieni, e nulla potrà separarti dal mio eterno amore. Non preoccuparti, quindi, non angustiarti, ti terrò vicino a me, ti guiderò, ti consiglierò e porterò infallibilmente in te a compimento quanto mi sono proposto. Tieniti stretto a queste certezze. Non temere, lo dice l’Onnipotente ed eterno Iddio".
Indubbiamente questo è un meraviglioso messaggio per un credente che tende a disperare e a scoraggiarsi. Davanti a noi il Signore vuole rammentare le tappe del processo di salvezzache Egli ha predisposto per tutti coloro che efficacemente ha chiamato:
1) Predestinazione: il decreto immutabile per cui Egli decide di far grazia ad un certo numero di creature umane ribelli ed empie, indipendentemente dai loro meriti, ma solo a causa del Suo amore, "nel numero delle quali tu ora ti trovi".
2) Chiamata: "a tempo opportuno io ti ho chiamato alla fede ed al ravvedimento, ti ho chiamato a far parte della mia famiglia, come mio figlio adottivo e tu sei venuto con fiducia ed ubbidienza dedicando a me per riconoscenza la tua vita. Come Padre misericordioso non ti lascerò più".
3) Giustificazione: l’atto per cui Dio dichiara giusto e non più peccatore condannato chi, affidandosi all’opera espiatrice del Salvatore Gesù Cristo, vede i suoi debiti verso Dio completamente estinti, e la sua persona completamente riabilitata nei confronti di Dio, in pace con Lui ed in condizione di eterna salvezza.
4) Glorificazione: l’atto per cui Dio completerà un giorno quell’opera che aveva decretato dall’eternità di fare, che si è sviluppata nel tempo, e che verrà a compimento nell’eternità.
Si, davvero questo è la consolazione più grande che la comunione con Dio possa infondere ad un cuore che ama Dio e che fiduciosamente vuole servirlo. Come non cantare di gioia nei confronti di queste rassicurazioni che il Signore ci vuole comunicare attraverso la Sua Parola?

Conclusione

Io prego il Signore che queste possano davvero essere le vostre consolazioni, voi che cercate la comunione con il Signore. Sii consolato dal fatto che Iddio ti vuole assistere nell’inesprimibile anelito del tuo cuore, che la Sua voce concorda con la tua, che ogni cosa è sotto il Suo controllo e coopera al tuo bene, che Dio ti ho prescelto dall’eternità e che ti accompagnerà per ogni passo del processo della tua redenzione come dall’eternità per te ha disposto. Questo è il dialogo che intercorre nel "luogo santissimo" in cui Dio ci rivela a chi ha dato il privilegio di accostarsi a Lui, parole preziosissime che il mondo non può intendere né apprezzare. Facciamone gelosamente tesoro, e che queste stesse parole diventino, per chi non ha ancora mai fatto esperienza autentica della comunione con Dio nella preghiera un invito pressante ad avvicinarsi maggiormente al Salvatore Gesù e mettersi così in condizione di apprezzare e di fare esperienza di quanto l’Apostolo dice in questo testo.
Paolo Castellina, 20 maggio 1996

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